La prima volta che incontrai Lara

La prima volta che incontrai Lara era il 28 novembre del 2010, a Foggia, ancor piú precisamente a Villa Terronia.
A dirla tutta non incontrai Lara, incontrai il culo di Lara: tondo, tondo, tondo che più tondo non si puó. Il volto invece lo teneva ben ficcato dentro un forno, controllava la cottura di profumatissimi dolcetti al cioccolato.
Mi ero appena soffermata su quel tondo, tondissimo sedere, quando mi accorsi che sulla mia testa volavano cucchiaini, tazze, piattini, tovaglioli e parole mezze urlate in una lingua a me del tutto sconosciuta.
Ma dicevo di Lara: lentamente solleva la testa dal forno, si gira verso di me con le braccia aperte a sorreggere una lunga teglia di dolci e mi sorride. E quel sorriso non l’avrei mai piú dimenticato, ne avrei visti tanti altri accompagnati da una grassa risata romana, a sua volta accompagnati da colazioni abbondanti e da aperitivi senza tempo.
Avremmo poi scoperto che io ero Marta, ma mi sentivo Morta e che lei era Lara, ma dentro una Bara. E mica ci piaceva l’idea di parlare in rima, ma qualche giorno dopo il 28 novembre accadde così.
Lì le cose accadevano e non c’erano spiegazioni apparentemente razionali.
Scoprii poi che Lara viveva a Troia (si, esatto pronunciato come l’avete pronunciato), ma che veniva da Roma e di Roma ne sapeva tante; raccontava storie che si snodavano tra Cento Celle e la Prenestina e lo faceva cucinando, bevendo vino o arrotolando sottili sigarette di tabacco.
Era grande Lara, ma sembrava avere meno di trent’anni, lei aveva l’arte nel cuore, anzi per meglio dire, lei “c’aveva l’arte ner core” e forse quell’arte l’aveva lasciata a Roma in mezzo ai suoi libri rilegati a mano sotto San Pietro.
Tutti lì avevamo un luogo lasciato, tutti lì appartenevamo ad un posto più a nord dal quale eravamo scappati per cercare di salvarci il culo. Pure il mio grosso, ma non tondo come quello di Lara.
Eravamo ospiti di Villa Terronia, con una valigia o poco più e a Villa Terronia c’erano i matti che parlavano una lingua incomprensibile, così almeno credevo nei miei primi giorni.
Il sorriso di Lara peró era troppo tondo, come il suo culo, la sua voce, la sua romanità, troppo per far si che io avessi paura. Si vedeva che Lara la sapeva lunga, che era lì da tanto tempo, che stava meglio di me, che aveva persino una casa. Non sapevo peró che viaggio profondo e stravolgente e doloroso a tratti di un dolore lancinante, avremmo poi fatto insieme.

Non è che non taggo Lara per rispetto o robe simili, Lara, quella dei libri rilegati a mano, su Fecebook non ci viene.

Il giorno dopo, un anno dopo o poco più.

Da circa due mesi era morta la piccolissima Beatrice, avevamo appena venduto la nostra casa (la prima casa, quella piccola dove eravamo diventati una famiglia, quella con i pavimenti che odiavo, ma con il giardino e la camera da letto con i muri stondati), non avevamo un’altra casa, stavamo facendo pacchi e scatoloni, tutte le nostre cose in un box, stavamo per trasferirci da nonna Alberta (Ale, Enea, io, Nonna Alberta e sette gatti).

Sapevamo che si stava chiudendo una porta, non avevamo alcuna certezza di aprire un portone.

Ecco, su questo equilibrio precario, tra le lacrime per Beatrice e la paura di non trovare più nulla, decisi insieme a mio marito che avrei preso del tempo per me.

Cominciai il corso per diventare Doula, così senza sapere che sarebbe stato il mio luogo di cura e che avrei trovato un Cerchio di donne che mi avrebbero poi accompagnata fino al mio parto (quasi un anno dopo) e oltre; cominciai Portare i Piccoli, perchè in fondo quelle fasce avevano accompagnato anche Beatrice a volare nel vento.
Poco prima di Natale inizió il viaggio di Noè ed il nostro verso la Puglia, Mariano, il Villaggio Quadrimensionale e ancora non sapevamo cosa ne sarebbe stato di noi, se sarei stata capace di mantenere fede agli impegni presi o se la tristezza mi avrebbe immobilizzata in un letto.
Non sapevamo niente, ma ci siamo fidati della Vita (mica basta farlo con le parole, ti devi proprio arrendere alla sua potenza, lasciarti attraversare, accogliere l’inedito), anzi a dirla con i fatti, abbiamo trovato la nostra nuova casa e l’abbiamo sistemata, ci siamo sposati, abbiamo traslocato, abbiamo vissuto il viaggio in utero di Noè superando la più profonda paura di perdere anche lui, abbiamo sopportato un’estate torrida, lavorato con le nostre ostetriche e doule per poter questa volta gioire di un parto e abbiamo visto Noè nascere alla luce di una mattina di settembre, abbiamo fatto forse troppo, chissà.
Con ieri peró si è chiuso un cerchio, il secondo dopo la nascita di Pagnotta, ieri dopo aver superato l’esame, ho concluso il percorso Portare i Piccoli…ho finito, li ho finiti entrambi (il corso per diventare Doula l’avevo terminato a luglio), li ho finiti nonostante tutto, fino alla fine.
E mi sento felice e grata a tutte le donne incontrate, a mio marito e alla mia famiglia, ad Enea e Noè e a Beatrice, perchè senza la sua morte sono certa avrei rimandato.

Spero un giorno di conoscerti piccola Beatrice (no, non ora, vorrei vivere almeno fino a 104 anni) e di scoprire se almeno tu avresti avuto gl’occhi chiari 

P.S. Due figli maschi, quattro occhi color cioccolato